Il pubblico del Teatro Tan abbraccia
Quando arriva il buio” si è concluso… ma quello che abbiamo vissuto in questi giorni continuerà ancora a lungo dentro di noi.
Tre serate intense.
Tre serate dove è bastato sedersi vicini, nel silenzio di un teatro, per capire che l’epilessia non è un numero, non è una diagnosi.
Dietro ogni epilessia c’è una persona.
C’è una storia.
C’è umanità.
Al Teatro Tan si respirava qualcosa di raro.
Si respirava ascolto.
Empatia.
Coraggio.
Le barriere della paura cadevano lentamente per lasciare spazio al conoscere, al comprendere davvero.
E forse la cosa più bella è stata sentire che, per qualche ora, non esistevano più “noi” e “loro”, ma una comunità capace di fermarsi ad ascoltare.
Ogni sera era diversa.
Diversa l’energia, diversi gli sguardi, diverse le emozioni che attraversavano la sala.
Ci sono stati sorrisi, lacrime, silenzi profondi e applausi che sembravano voler dire molto più delle parole.
Per me è stato qualcosa di difficile da spiegare.
Vedere una storia nata anni fa prendere vita sul palco, vedere persone emozionarsi, riconoscersi, sentirsi meno sole… è stato potente.
Questo progetto è nato dal desiderio di raccontare una realtà spesso invisibile.
E grazie al lavoro straordinario di tante persone, quel desiderio è diventato un monologo che racchiude tante storie.
Grazie a chi si è seduto in teatro e ha scelto di esserci.
Grazie a chi ha creduto che questa storia meritasse di essere raccontata.
Alla SeSi, al gruppo di progetto, ai medici del Neurocentro, a Luca Chieregato, all'attrice Paola Valchera, al regista Christian Pezzati, a chi ha lavorato dietro le quinte, e a chi ci ha sostenuti lungo il cammino.
Un grazie particolare va anche agli che hanno scelto di credere e in questo progetto e di sostenerlo concretamente.
Grazie a tutti per aver camminato accanto a noi con sensibilità, fiducia e attenzione verso una storia che merità di essere raccontata.
Tre serate intense.
Tre serate dove è bastato sedersi vicini, nel silenzio di un teatro, per capire che l’epilessia non è un numero, non è una diagnosi.
Dietro ogni epilessia c’è una persona.
C’è una storia.
C’è umanità.
Al Teatro Tan si respirava qualcosa di raro.
Si respirava ascolto.
Empatia.
Coraggio.
Le barriere della paura cadevano lentamente per lasciare spazio al conoscere, al comprendere davvero.
E forse la cosa più bella è stata sentire che, per qualche ora, non esistevano più “noi” e “loro”, ma una comunità capace di fermarsi ad ascoltare.
Ogni sera era diversa.
Diversa l’energia, diversi gli sguardi, diverse le emozioni che attraversavano la sala.
Ci sono stati sorrisi, lacrime, silenzi profondi e applausi che sembravano voler dire molto più delle parole.
Per me è stato qualcosa di difficile da spiegare.
Vedere una storia nata anni fa prendere vita sul palco, vedere persone emozionarsi, riconoscersi, sentirsi meno sole… è stato potente.
Questo progetto è nato dal desiderio di raccontare una realtà spesso invisibile.
E grazie al lavoro straordinario di tante persone, quel desiderio è diventato un monologo che racchiude tante storie.
Grazie a chi si è seduto in teatro e ha scelto di esserci.
Grazie a chi ha creduto che questa storia meritasse di essere raccontata.
Alla SeSi, al gruppo di progetto, ai medici del Neurocentro, a Luca Chieregato, all'attrice Paola Valchera, al regista Christian Pezzati, a chi ha lavorato dietro le quinte, e a chi ci ha sostenuti lungo il cammino.
Un grazie particolare va anche agli che hanno scelto di credere e in questo progetto e di sostenerlo concretamente.
Grazie a tutti per aver camminato accanto a noi con sensibilità, fiducia e attenzione verso una storia che merità di essere raccontata.
